
Questo era Luis Nazario da Lima: un concentrato di classe, potenza ed imprevedibilità che neppure gelo, neve o altitudine potevano fermare. Tristezza, perchè Ronaldo, il vero Ronaldo, ha dato il suo personalissimo addio al calcio nel lontano '98, barcollando debolmente sulle scalette dell'aereo che riportò la Seleção da Parigi a Rio de Janeiro. Da quel momento la carriera del Fenomeno è stata un malinconico rincorrere ciò che non c'era più, ciò che era svanito passeggiando in stato di semi-incoscienza sul prato di Saint-Denis. Qualche moto d'orgoglio, come la rivincita Mondiale in Oriente o il secondo Pallone d'Oro, tante, tantissime reti e altrettanti devastanti infortuni, ma, soprattutto, l'approdo in un limbo affettivo. Amato dagli amanti del calcio per quanto dato negli anni precedenti, ma idolatrato da quanti tifosi? Dai catalani che lo hanno visto tornare in Spagna a vestire la maglia dei nemici di sempre madrileni? Oppure dai tifosi interisti che dopo aver vissuto in trance la sua fuga a Madrid hanno dovuto affrontare il suo canto del cigno in maglia rossonera?
Una costante fitta al cuore vederlo ridurre mese dopo mese il suo raggio d'azione, una resa incondizionata e definitiva constatare che ormai non era altro che il miglior predone d'area di rigore in circolazione. Una spirale negativa, un'implosione che è culminata con il desolante ritorno in patria, quando il fu Fenomeno, fra chilogrammi di troppo, vicende personali piuttosto bizzarre, vasectomie e calze contenitive, si è esibito in un'imbarazzante caricatura di sè stesso preferendo i reais del Corinthians al club di cui si è sempre professato tifoso, il Flamengo. Tristezza.
Nessun commento:
Posta un commento