26 mag 2015

La coppia Ranocchia-Juan Jesus

Andrea Ranocchia nasce ad Assisi nel 1988, gioca difensore centrale praticamente da sempre, frequenta la Serie A dal 2009/2010 (col Bari) e dal 2011 è all'Inter. Dopo quattro stagioni e mezza e 155 presenze è addirittura il capitano dei nerazzurri.
Juan Guilherme Jesus Nunes nasce a Belo Horizonte nel 1991. Nel 2012 passa dall'Internacional di Porto Alegre, dove giocava principalmente terzino sinistro, all'Internazionale di Milano. Dal 2012/2013 è uno dei titolari dei nerazzurri, soprattutto grazie alle frequenti incursioni del modulo a tre, assommando 118 presenze che ne fanno uno dei più presenti nel nuovo corso dell'Inter.

I due quindi vestono la stessa maglia da tre stagioni, un lasso di tempo in cui due giocatori giovani, di potenziale e nello stesso reparto avrebbero dovuto affiatarsi e trovare un certo equilibrio, soprattutto vista la mole di presenze accumulate. Eppure malgrado l'investitura di Mancini in tempi recenti (il 14 Marzo dichiarava "Ranocchia e Juan Jesus sono la migliore coppia che ho a disposizione") i due in coppia non riescono proprio a convincere chi guarda le partite dell'Inter.
I numeri cosa dicono?

Ranocchia e Juan Jesus in coppia, cioè come centrali di una difesa a quattro, hanno giocato complessivamente 26 partite. Un numero decisamente ridotto rispetto al totale delle loro 273 presenze in nerazzurro.
Un motivo è che il modulo a quattro dal 2012 si è visto all'Inter con Stramaccioni saltuariamente e con Mancini. Con Mazzarri sia Ranocchia che Juan Jesus erano titolari fissi, ma nel modulo a tre. Oltre a questo però è evidente che si possa ipotizzare una fiducia limitata nei confronti della coppia in favore di abbinamenti con altri centrali in rosa. Lo stesso Mancini, dichiarazioni a parte, ha schierato spesso Jesus terzino negli ultimi mesi.
Curiosamente le due stagioni hanno dei punti di contatto. L'Inter è andata peggiorando e i due si sono ritrovati in coppia per una scelta in corsa, risultando presenti in alcune delle gare meno positive.
Le 26 partite sono così divise: 10 nel 2012/2013 con Stramaccioni e 16 nel 2014/2015 con Mancini. 6 giocate in Europa League e 1 in Coppa Italia.
Delle 10 con Stramaccioni lo score è di 5 vittorie, 1 pareggio e 4 sconfitte. 4 partite sono finite a reti inviolate, nelle restanti 6 i gol subiti sono stati 12. Nelle partite in cui l'Inter ha subito gol è arrivata solo 1 vittoria. Tra queste 10 ci sono gare emblematiche di quella stagione come Inter-Siena e Fiorentina-Inter.
Nelle 16 con Mancini lo score è 5 vittorie, 5 pareggi e 6 sconfitte. Le gare a reti inviolate sono 3, i gol subiti totali 26. Con il tecnico di Jesi i due hanno giocato 5 partite in Europa League (2 vittorie, 1 pari, 2 sconfitte) e la partita di Coppa Italia col Napoli. Oltre alle gare col Wolfsburg, tra le sconfitte ci sono Roma-Inter, Inter-Udinese e Genoa-Inter.

In totale Ranocchia e Juan Jesus giocando insieme hanno uno score di 10 vittorie, 6 pareggi e 10 sconfitte, con 7 "clean sheets" e 38 gol subiti, per una media di 1,46 a gara.
Ma la cosa preoccupante è che non si vedono miglioramenti, nè individuali nè nelle dinamiche di coppia. La media dei gol subiti è peggiorata, passando da 1,2 a 1,625 a partita. Se nel 2012/2013 potevano avere mille attenuanti tra cui la poca esperienza, due stagioni dopo con Ranocchia addirittura capitano la situazione è diversa. La fiducia che Mancini ha dimostrato nei loro confronti ha portato a errori in serie, alcuni veramente banali, e sconfitte anche clamorose.
Come aggravante, nelle altre 17 partite allenate da Mancini con la difesa a quattro in cui ha schierato coppie alternative i gol subiti sono stati 15, per una media di 0,88 a gara. I due insieme sembrano indebolirsi a vicenda, mettendo ancora più in mostra le singole lacune.
Forse bisogna scegliere uno dei due?

17 mag 2015

I giovani di Boca e River

Il calcio argentino, si sa, non naviga esattamente nell'oro. E non da oggi, quasi da un ventennio. La conseguenza è che anche squadre di blasone come Boca e River hanno un costante flusso di giovani talenti in vetrina, indispensabili per garantire la sopravvivenza economica dei club. In questo ambito la congiuntura attuale è particolarmente favorevole.

Entrambe le squadre infatti presentano un nucleo di giocatori ancora giovani, ma non più giovanissimi, già svezzati, con diverse presenze nei club, un ruolo definito e un impatto sensibile in campo, a cui si aggiungono dei giocatori più esperti che aggiungono qualità e gerarchia. In questo contesto i due colossi di Buenos Aires si permettono anche di lanciare dei giovanissimi, che possono far brillare il loro talento, ancora acerbo, grazie alla solida struttura che li attornia.

Inciso: nell'incontestabile opinione di chi scrive i talenti più stuzzicanti dal punto di vista di estro e qualità stanno nel River.


Boca

Nicolas Colazo: ok, tecnicamente non è così giovane (1990) e gioca nel Boca fin dal 2009. Ma dopo mille infortuni e problemi vari Colazo potrebbe essere arrivato a una nuova giovinezza. Da interno di centrocampo è passato a terzino sinistro, ruolo per cui ha la fisicità e un'interessante sinistro per precisione e potenza. Vista la penuria nella posizione è da considerare.

Cesar Marcelo Meli: uno dei giocatori migliori di questa stagione, Meli è un centrocampista classe 1992 in vertiginosa crescita. Fisicamente impattante (in Argentina) e difensivamente solido, sta dimostrando anche di avere ottime letture negli inserimenti e una certa capacità di vedere la porta. Un centrocampista completo, ottimo come interno.

Andres Cubas:
classe 1996 che ha trovato spazio quasi per caso in una rosa tanto ampia. Ha dimostrato da subito impatto fisico notevole (sempre per l'Argentina), personalità in quantità industriali e una certa calma nella gestione della palla. Gioca come mediano davanti alla difesa, con compiti primariamente tattici e difensivi. Il Boca potrebbe aver trovato il suo Mascherano, per trasmigrare in Europa bisogna capire quanto può pagare il fisico non esattamente da colosso. 

Andres Chavez: classe 1991 e quindi al limite del concetto di giovane, cresciuto nel Banfield in cui si è dimostrato un buon realizzatore, al Boca fa principalmente l'ala, e Arruabarrena punta su di lui per l'impatto fisico (tanto per cambiare). Chavez infatti per i canoni argentini è semplicemente un trattore, però con una capacità apprezzabile di trattare la sfera e vedere la porta. Parlando di attaccanti, un giocatore di intensità rara.

Jonathan Calleri: cresciuto nell'All Boys e al Boca dal 2014, Calleri è una punta classe 1993 che si distingue per mobilità e capacità di corsa. Pur agendo spesso da prima punta svaria molto, si allarga e attacca la profondità con generosità e continuità. Un combattente, da raffinare sotto il profilo tecnico.

Cristian Pavon: la sorpresa del Superclasico di campionato. Attaccante classe 1996 messo da Arruabarrena sugli esterni, si è distinto per applicazione tattica, rapidità e capacità di farsi trovare pronto. Un pallone toccato in area, un gol. In Libertadores veste la 9, qualcosa vorrà pur dire.

Gino Peruzzi: merita un discorso a parte. Considerato soprattutto in Italia un prospetto top con scarsissime basi un paio di anni fa, dal Catania dove si può dire che ha falito è tornato al Boca e sta cercando il suo spazio. Classe 1992, quindi ha ancora tempo, ma al momento è una riserva degli Xeneizes malgrado la concorrenza non sia stellare.


River

German Pezzella: difensore classe 1991 solido e affidabile. L'anno scorso era in rampa di lancio, ma ha pagato il fatto di doversi giocare il posto con un'autorità come Maidana. Ciò nonostante ha sempre risposto presente, sfoggiando prestazioni importanti in partite molto delicate.

Ramiro Funes Mori: anche lui difensore centrale del 1991. Al pari del gemello Rogelio non brilla per continuità e concentrazione, oltre ad avere una certa tendenza a sopravvalutarsi ed eccedere in giocate non nelle sue corde. Ma Ramiro è un difensore con mezzi fisici fuori dal comune, insuperabile nel gioco aereo e affidabile nell'1vs1. La sua dimensione europea potrebbe essere la Liga.

Eder Alvarez Balanta: forse il miglior difensore della Banda, ma senza continuità di impiego da troppo tempo. Martoriato da continui infortuni, il difensore colombiano del '93 rischia di perdersi nel limbo; un peccato, considerate le doti fisiche impressionanti, i piedi discreti e la duttilità.

Emanuel Mammana: il più giovane del lotto difensivo (1996) e quello con il futuro più roseo. A Nunez ne tessono le lodi da anni e i primi passi tra i grandi confermano quanto di buono detto sul suo conto. È un centrale, anche se Gallardo per necessità lo ha dirottato sulla fascia destra, con ottimo senso della posizione, tanta personalità e ottima tecnica. Deve crescere fisicamente e specchiarsi un po' meno quando costruisce la manovra, ma talenti simili non si vedono con molta frequenza.

Augusto Solari: tuttofare classe 1992, il cugino del ben più famoso Santiago è un prospetto non di primo livello, ma uno di quei giocatori che ti danno fin da subito l'impressione di essere "veri". Ha fisico, passo e buona tecnica di base, ma la sua vera forza è la duttilità: non a caso il Muneco lo utilizza indifferentemente da terzino destro, esterno e interno di centrocampo.

Matias Kranevitter: semplicemente il miglior centrocampista d'Argentina. Il volante del '93 lo scorso hanno ha avuto una crescita vertiginosa interrotta soltanto da un fastidioso infortunio al piede. Dopo un rientro lento e difficile è tornato a esprimersi ai suoi migliori livelli, dominando in lungo e in largo il centrocampo. Incontrista impressionante per tempi e posizione, sta migliorando molto anche palla al piede, dimostrando di avere buone letture e velocità di pensiero. Resta soltanto da chiedersi cosa stia aspettando Martino a convocarlo nella Seleccion.

Guido Rodriguez: ha un anno meno di Kranevitter e Gallardo lo ha utilizzato nel finale dello scorso semestre come suo vice. Più compassato e meno incontrista del Colorado, Rodriguez quest'anno ha trovato spazio soprattutto in Reserva. Ha visione di gioco e tocco interessanti, ma è difficile capire dove possa arrivare a livello locale.

Sebastian Driussi: assieme a Mammana e al portiere Batalla è uno dei gioielli della florida classe '96 delle inferiores del River. Da qualche anno è nel giro della prima squadra e, dopo aver patito le eccessive aspettative nei suoi confronti, nel 2015 ha compiuto passi avanti significativi nel suo percorso di crescita. La tecnica non si discute, fisicamente è cresciuto moltissimo e nelle ultime partite ha dimostrato di avere personalità e intensità. Gallardo lo utilizza soprattutto come esterno sinistro di un centrocampo a 4 iper-offensivo o come ala di un tridente, anche se la sua collocazione ideale potrebbe essere da seconda punta di movimento.

Lucas Boye: altro classe '96 usato spesso e volentieri da Gallardo come punta, sia insieme ai "grandi" che come unico riferimento in caso di turnover. Boye è un mix di capacità tecniche e doti fisiche molto interessanti, che però potrebbe avere le sue difficoltà ad imporsi. Ha un fisico da prima punta pura, sa difendere palla e soprattutto ha un'intelligenza tattica nei movimenti fuori dal comune per un ragazzo della sua età, grazie alla quale si adatta a qualunque partner e modulo. Molto buono nel trattamento della palla e capace di usare entrambi i piedi, il suo vero limite è nel vedere la porta. Non pochissimo per una punta, ma l'esempio di Gustavo Bou è lì a insegnare a non avere fretta.

Giovanni Simeone: dopo il Sudamericano da bomber implacabile in molti si aspettavano la sua consacrazione tra le fila dei Millonarios. Ma giocarsi il posto con Teofilo, Mora e Cavenaghi non è facile e Gio avrebbe fatto meglio a insistere per il prestito. Le doti realizzative sono evidenti, ma deve assolutamente crescere nel gioco di squadra e a livello tecnico. Sicuramente arriverà in Europa, resta da vedere se per meriti suoi o per altri fattori.

Camilo Mayada: acquistato pochi mesi fa dal Danubio, l'uruguayano classe '91 ha già messo in mostra tutte le sue doti. È un giocatore duttile, grintoso e forte fisicamente. Può ricoprire qualsiasi ruolo sulla fascia e per Gallardo è già un jolly molto importante.

Gonzalo Martinez: assieme a Mayada è uno degli acquisti del verano argentino. Formatosi nell'Huracan, il trequartista del '93 è un giocatore con prospettive davvero interessanti. Veloce, rapido, tecnico e imprevedibile: il Pity può scardinare qualsiasi difesa grazie alle sue folate e al sinistro micidiale. L'esperienza al River può aiutarlo a compiere il salto di qualità necessario per puntare all'Europa.



(in collaborazione con G.B)

6 mag 2015

Verso il Superclasico di Libertadores: qui River

L'uno-due letale firmato Pavon-Perez alla Bombonera ha messo in chiaro ciò che tutti sapevano: il Boca quest'anno è superiore e la Banda partirà con gli sfavori del pronostico. Un'inevitabile inversione di rotta, alla luce delle distinte campagne acquisti condotte dai due club di Buenos Aires. Gallardo ha speso l'intero verano argentino a chiedere rinforzi, ma D'Onofrio e Francescoli hanno potuto ben poco di fronte al rosso in bilancio che da tempo immemore attanaglia i Millonarios.
Oltre alla figurina di Pablo Aimar, alla corte del Muneco sono infatti arrivati i soli Camilo Mayada e Pity Martinez: due acquisti di prospettiva e qualità, ma inevitabilmente non in grado di far compiere un ulteriore salto a quella che con ogni probabilità è stata la miglior squadra sudamericana del secondo semestre 2014.

A peggiorare la situazione è stato però il crollo nel rendimento delle due vere stelle del River Plate: Pisculichi e Teofilo Gutierrez. Scarichi dopo un autunno giocato a ritmi e livelli impressionanti, forse un po' distratti da qualche sussurro di mercato, i due pilastri della Banda hanno faticato a trovare forma e continuità di rendimento, rendendo il gioco della squadra molto più lento e prevedibile, con un pressing meno efficace e una circolazione palla decisamente più balbettante.
Gallardo ha provato ad attingere a piene mani dal sempre affidabile vivaio di Nunez, ma, nonostante la buona volontà e diverse ottime prestazioni, nessuno dei giovani lanciati ha saputo realmente sostituire i due senatori (un compito impossibile, a essere sinceri). Il neo-acquisto Martinez ha portato elettricità, cambio di ritmo ed estrema imprevedibilità, mentre Driussi ha iniziato a muovere i primi passi da giocatore vero, offrendo spunti offensivi interessanti soprattutto quando dirottato sulla fascia sinistra in un 4-2-4 iper sbilanciato.

Oltre alle difficoltà in fase d'attacco, Gallardo ha incontrato problemi anche negli altri settori del campo. In mezzo a fare la differenza ci ha pensato un Carlos Sanchez in forma smagliante, mai così costante e incontenibile, mentre soltanto ora si inizia a rivedere il Kranevitter di inizio Transicion 2014.
La difesa, invece, nonostante la conferma in blocco, ha evidenziato qualche indecisione di troppo, condannata a una pressione insostenibile dalle scelte spesso troppo offensive del Muneco e da continui problemi fisici a perni come Mercado e Balanta. L'unica vera nota positiva è la presenza in pianta stabile del giovanissimo Mammana: un difensore dal futuro a tinte albicelesti destinato con ogni probabilità a qualche grande squadra europea. Domenica è stato schierato terzino destro - non il suo ruolo naturale -, dimostrando tutti gli aspetti positivi e quelli negativi legati alla sua giovane età.

Dopo il primo round di campionato Gallardo avrà sicuramente avuto modo di trarre diverse conclusioni, sperimentando qualche soluzione alternativa - su tutte Driussi schierato trequartista in pressione su Cubas - e sfruttando l'occasione per far assaporare ad alcuni giovani l'atmosfera infuocata della Bombonera. Rispetto alla doppia sfida di Sudamericana saranno infatti gli Xeneizes ad avere il vantaggio di giocare il ritorno in casa e quella sera, più dell'esperienza e della qualità, saranno huevos e sangue freddo a fare la differenza.

Verso il Superclasico di Libertadores: qui Boca

In Argentina le cose cambiano in fretta.
Se il Boca qualche mese fa si avvicinava al confronto col River in Copa Sudamericana da sfavorita ora non solo è la favorita del doppio confronto, ma una delle candidate più credibili alla vittoria della Copa Libertadores (insieme a Corinthians e Internacional nei pronostici di chi scrive).
Cosa è cambiato in così poco tempo?

La dirigenza degli Xeneizes ha deciso in qualche modo di premiare il lavoro di Arruabarrena. Il Vasco si è imposto in una piazza difficile come uno dei migliori allenatori in Argentina e ha dato al suo Boca una base solida costruita attorno ai prodotti del vivaio (quelli di qualche anno fa, il cui massimo esponente è il Pichi Erbes). Raggiunto un buon livello soprattutto nell'ultimo campionato, il mercato ha portato alla squadra quegli elementi necessari per fare un passo in più, sia come qualità che come esperienza, soprattutto dalla metà campo in su. Gli arrivi di Pablo Perez, Nicolas Lodeiro e Pablo Daniel Osvaldo hanno cambiato la percezione del Boca ad ogni livello.
Oggi Arruabarrena di fatto ha due squadre entrambe ampiamente competitive, e si può permettere di gestire l'impegno campionato-Copa come nessuno in Argentina. In questo senso il Boca attuale è più simile per rosa alle grandi del Brasile, non a caso indicate come sue grandi rivali per la vittoria finale, con un mix di giocatori locali, grandi totem e campioni di ritorno.

Il Vasco è molto vario nelle scelte, sia per moduli che per uomini. La base fissa è data dalla difesa a quattro, governata sempre dal Cata Diaz, con un mediano di riferimento davanti, mentre il resto varia a seconda del turnover e delle necessità. I tratti distintivi di questo Boca sono la fisicità e la compattezza delle linee soprattutto in fase difensiva. Dalla solidità nasce poi la gestione dell'attacco, che prevede una partenza dal centro con ricerca degli esterni e molti tagli a riempire l'area nella fase conclusiva. In questo contesto riescono a rendere anche giovani (tipo Calleri, 1993) e giovanissimi (Cubas e Pavon, entrambi 1996). La forza della squadra di Arruabarrena sta nell'avere grandi referenti, ma di non dipendere esclusivamente da loro, sapendo trovare risorse in tutti gli effettivi della rosa. A dimostrazione di questo nè in Copa nè in campionato tra i migliori marcatori ci sono giocatori azul y oro, segno che chiunque sia in campo l'apporto dato è comuque positivo.

I risultati ad oggi sono straordinari.
In campionato primo posto solitario dopo la vittoria nel superclasico di domenica, imbattuti con otto vittorie in undici giornate, venti gol fatti (secondo miglior attacco) e cinque subiti (miglior difesa). In Copa è andata persino meglio. Dominato il girone con sei vittorie su sei, diciotto punti e miglior prima della competizione, diciannove gol fatti (migliore attacco) e solo due subiti (miglior difesa). In un certo senso una beffa beccare proprio il River nell'accostamento con la peggiore delle seconde.
Una corazzata che sembra inarrestabile. Ma si sa che nei derby, e nel superclasico in particolare, tutto può accadere.

20 mar 2015

Il Manchester City e la fine di un ciclo

Tutte le squadre, soprattutto le grandi, vivono di cicli. Non sempre è facile mettere la parola fine a certi rapporti, ma l'evidenza tecnica del tramonto tende a palesarsi in momenti ben precisi.
Per il Manchester City l'eliminazione agli ottavi di Champions contro il Barcellona mette la parole fine a questa generazione di calciatori, la più vincente della storia del club.

Le radici del Manchester City di oggi vengono da lontano, e semplificando troviamo due momenti fondanti.
Nel 2008 inizia l'era della proprietà Mansur bin Zayd Al Nahyan e niente, sia per il club che per il calcio inglese, sarà più lo stesso. Iniziano gli acquisti folli e non a caso il primo è un personaggio come Robinho.
Seconda data fondamentale è il 2009, quando Roberto Mancini subentra a Mark Huges. Il periodo manciniano mette il City sulla mappa delle grandi squadre, almeno in Premier, grazie ai primi titoli di spessore e soprattutto alla creazione di un gruppo forte, di talento, chiaramente identificabile. Nel giro di pochi mercati la squadra si consolida attorno a una verticale composta da Joe Hart-Vincent Kompany-Yaya Tourè-David Silva e Sergio Agüero. L'FA Cup e il primo campionato dal 1968 cambiano la storia del City e la sua percezione a livello mondiale. Qualcosa di simile a quanto accaduto al Chelsea con la prima era Mourinho.
L'arrivo di Pellegrini nel 2013 ha portato delle novità a livello di filosofia di gioco, ma la squadra è rimasta la stessa. Per tornare al parallelo col Chelsea, si può fare un paragone con l'arrivo di Ancelotti. Una stagione con un bel gioco, uomini valorizzati e titoli e poi l'inevitabile declino.

Arrivando ai giorni d'oggi, il primo problema del City è esattamente quello che è stato il suo punto di forza: l'ossatura della squadra. Quella verticale nata con Mancini è ancora la base della formazione nel 2015. Il che per certi versi è un bene, ma ci sono due criticità.
Innanzitutto i giocatori sono cresciuti, maturati e hanno sviluppato il loro talento. Le date di nascita recitano 1987-1986-1983-1987-1988. Non parliamo di giocatori finiti, ma tutti per un motivo o per l'altro sembrano aver raggiunto l'apice. Più di così, in questa formazione, non possono dare.
C'è poi il fatto che gli elementi attorno a loro non sono mai riusciti a rappresentare un vero valore aggiunto, se non per periodi brevi. I vari Barry, Lescott, Fernandinho, Clichy, Jesus Navas, persino Nasri, Dzeko, Balotelli, Jovetic tirando le somme sono rimasti uomini di contorno. Nessuno è riuscito a fare un salto di qualità tale da imporsi come leader e fare la differenza. Come aggravante l'ultimo mercato estivo non ha portato di fatto alcun rinforzo per la rosa. Sagna e Fernando sono ancora una volta riempitivi, riserve in ruoli già coperti, mentre lo strapagato Mangala si è dimostrato talmente affidabile da convincere la società a rinnovare Demichelis fino ai 36 anni. E infatti il rendimento è andato calando.
La stagione è cominciata con la sconfitta netta contro l'Arsenal in Community Shield e solo a fine Novembre si è vista una squadra convincente. A Marzo però la magia è finita. Su 14 incontri il City ne ha vinti 5, pareggiati 3 e persi 6, subendo 17 gol complessivi. Particolarmente impietoso è stato il doppio confronto col Barcellona, dove al di là del risultato il City non è mai apparso in grado di vincere o passare il turno, nemmeno minimamente.

Il simbolo assoluto della fine del Manchester City come lo conosciamo è proprio l'uomo che più di tutti ne è ambasciatore. Chiaramente sto parlando del giocatore che insieme al City è cresciuto, l'ivoriano Yaya Tourè.
Rispetto alla stagione scorsa, in cui è stato sostanzialmente una macchina da guerra, è meno presente, meno incisivo, in generale meno coinvolto. La querelle estiva sugli auguri di compleanno è stata il sintomo più evidente di un rapporto logoro. E in campo Yaya fa veramente poco per dimostrare di aver ancora voglia di spendersi, soprattutto fisicamente, per la causa del City.
La sua sostituzione al minuto 72 della gara di ritorno contro il Barcellona, col risultato sull'1-0, è qualcosa di più che simbolica. Quel momento rappresenta una bandiera ammainata, la destituzione di un leader, la chiusura di un'epoca. Quel che manca al club però è chi possa raccogliere il suo testimone.

Giusto l'altro giorno, a poche ore dalla partita, la stampa inglese pubblicava articoli che prevedevano una rivoluzione estiva in caso di mancato passaggio ai quarti. Più giorni passano più sarà evidente che questo City con questa ossatura è arrivato al suo limite. Non bastano più operazioni di contorno per rattoppare certe falle.
Una rosa di talento può avere dei colpi di coda, ma prima o poi serve la rifondazione per ricominciare veramente la scalata alla vetta. Per cambiare esempio, l'Inter per arrivare a vincere in Europa dopo il primo periodo di Mancini ha dovuto inserire 5 nuovi titolari, cambiando profondamente la struttura della squadra. Il Manchester City ha bisogno di innesti di spessore in mediana e in attacco per poter cominciare un nuovo ciclo. Che magari vada anche oltre gli ottavi di Champions League.

12 mar 2015

Hate Parade

Poiché siamo delle persone estremamente rancorose, che non a caso hanno eletto come proprio modello di vita l'eroe argentino Santiago Pasman (al secolo Tano Pasman), abbiamo deciso di stilare una classifica dei calciatori da noi più detestati e mal sopportati.
È una lista provvisoria, perché il nostro astio non ha limiti né pregiudizi: troviamo un capro espiatorio a tutte le latitudini e longitudini, di qua e di là dell'oceano Atlantico, anche se alcuni prediletti hanno oramai raggiunto livelli di disturbo della nostra tranquillità spirituale difficilmente pareggiabili.
Non sono (tutti) giocatori scarsi, semplicemente c'è un motivo per cui al solo leggerli in formazione (ma anche in panchina, o anche a leggerli e basta) scatta una molla nel nostro inconscio e l'odio sgorga. 


Ramires Santos do Nascimento: spesso ci si trova di fronte a giocatori atleticamente molto forti, in grado di fare la differenza sul piano della corsa, ma con un apporto tecnico diciamo ondivago. Difficilmente però se ne trovano di nazionalità brasiliana e pure nel giro della Seleção. Ramires in questo non ha colpe, è semplicemente un ottimo elemento tattico da sfruttare in determinati contesti. Non a caso Mourinho lo sceglie sempre nei match importanti con chiara impostazione difensiva. Il problema è la percezione media di Ramires come giocatore tecnico, forse addirittura funambolo, in grado di fare la differenza in chiave offensiva. E no, i mesi con Di Matteo non valgono in alcun modo come prova. In Brasile hanno una certa fantasia nei soprannomi, tipo "o fenomeno", "o rey do drible/de la pedalada", "l'angelo dalle gambe storte", "la gioia del popolo". Se ti chiamano "il keniota" qualcosa vorrà pur dire.


Lucas Leiva Pezzini: avete presente quello che non fa nulla, non si fa mai notare e quindi la sfanga sempre? E non dico per astuzia, semplicemente perchè è tappezzeria? Ecco, Leiva a centrocampo è così. Sta nella sua zona quindi fisiologicamente avversari e pallone passano, contrasta, gioca la palla il più semplice possibile, fine. Non rischia nulla perchè non tenta nulla, non entra negli highlights nè in positivo nè in negativo. Spunti, tecnica, personalità, tiri, inserimenti? Rivolgersi altrove. Però è biondo, è brasiliano, ha un nome evocativo, quindi fa figo. Sarebbe semplicemente un inutile non giocasse dalla preistoria nel Liverpool e a fasi alterne pure nel Brasile (dove, a onor del vero, hanno chiamato i peggio randagi come mediani difensivi). Pernicioso connubio di inutilità e notorietà.

Danny Welbeck: lo vedi lì, con quel fisico, quella tecnica, quella capacità di muoversi e inevitabilmente pensi che debba spaccare il mondo. Questo succedeva nel 2011 e grossomodo stiamo ancora aspettando. Mai visto un simile cocktail di qualità riuscire ad essere tanto irrilevante su un campo da calcio. Quando pensi abbia fatto una bella giocata e credi di intravedere un lumicino in fondo al tunnel ecco che abbassa la testa e ti ricordi perchè gli hai messo una croce sopra da tempo. In più ha un rapporto complicato con la porta avversaria perchè troppo impegnato a specchiarsi, a pensare al gol bello e ad usare solo il piede destro. Per un wannabe centravanti cose da niente proprio. L'epitome del potrei spaccare il mondo, ma perchè sfruttare con razionalità tutto questo potere?

Fernando Gago: per raccontare l'odio verso il malcapitato Fernando sarebbe sufficiente una breve rassegna stampa. Fin dagli esordi con la maglia del Boca Juniors i giornalisti sudamericani si sono infatti prodigati in paragoni poderosi, come "el nuevo Redondo". In procinto di atterrare in Europa, a Madrid, i colleghi europei, per non essere da meno, hanno subito rilanciato: "Guardiola ha vuelto. Tiene 19 años. Viste la casaca de Boca". Tuttavia il primo gradino del podio è doveroso assegnarlo al guru Fernando Niembro (commentatore di Fox Sports in Argentina) per l'immortale perla: "Gago è arrivato per cambiare la storia del calcio argentino". A quanto pare il messia di Ciudadela ha avuto qualche problema durante il suo cammino, poiché alla soglia dei 30 anni non lo si è visto né camminare sul Rio de la Plata, sul Manzanarre o sul Tevere, né tantomeno prendere per mano la nazionale argentina o una delle squadre di club in cui ha militato. Inoltre la predisposizione agli infortuni, più che un Gesù munito di pallone sotto braccio, lo fa sembrare un moderno Lazzaro a tinte albicelesti. Della classe di Redondo si è visto davvero poco, delle geometrie di Guardiola qualcosina in più, ma nulla che perdoni il paragone e giustifichi la stampa argentina dall'averlo sempre preferito a Ever Banega. Lui sì, talento vero gettato al vento.


Leonardo Ponzio: è tornato in Sudamerica per aiutare il River Plate a risorgere dalle proprie ceneri, forte di un'esperienza europea che lo avrebbe formato come uomo e calciatore, pronto a ricevere in dono le chiavi del centrocampo della Banda. Un giocatore moderno, totale, con geometrie, tiro da fuori, tempi di chiusura e personalità da vendere: un mediano per la Seleccion. O forse no. Le convocazioni in Nazionale sono arrivate (grazie eh, Pachorra), ma il suo impatto nei Millonarios è stato un crescendo di imprecazioni degne proprio del miglior Tano Pasman. Da uno con la sua esperienza ti aspetti almeno la capacità di rimanere sempre lucido, invece è il primo a navigare col pensiero per altri lidi: un concentrato letale di posizionamenti sbagliati, lanci sbilenchi, conclusioni senza senso e idee becere. È in crisi di identità e crede di essere Juan Sebastian Veron, con i piedi di Funes Mori. Ha avuto uno scatto d'orgoglio nel doppio Superclasico di Copa Libertadores, quando almeno ha avuto l'accortezza di picchiare senza remora qualsiasi forma di vita orbitante attorno al proprio unico neurone. Non abbastanza, tuttavia, per perdonargli la panchina extra (erano entrambi alle spalle del Lobo Ledesma) a cui costrinse Kranevitter durante la gestione Ramon Diaz.


Giorgio Chiellini: "un duro", "un guerriero", "un lottatore", "un agonista", "il miglior difensore della Serie A", "uno dei migliori difensori d'Europa", "uno dei primi tre al mondo". Potrei finire qui, senza neanche commentare, perché leggere o sentire certe scemenze sarebbe sufficiente per giustificare la chiusura del blog causa raptus omicida da parte dei poveri autori. È vero che siamo in un'epoca calcistica in cui i difensori veri sono come gli unicorni, ma ciò non legittima il commentatore di turno a propinarci certe nefandezze. Innanzitutto, nonostante il livello medio indecente dei difensori di tutto il mondo, Chiellini non brilla né per senso della posizione, né per continuità, né tantomeno per classe. Come il 90% dei colleghi di reparto deve ringraziare la triste moda della difesa a tre, che permette di nascondere sotto al tappeto buona parte dei limiti tattici di base di un difensore (ciao Ranocchia, ciao Bonucci). Poi c'è la fama da duro che si è costruito nel tempo: ma che rude è uno a cui tutto o quasi è permesso e che al primo contatto inizia a strillare come il primo Neymar di turno? Tra l'essere tosto e l'essere vigliacco il confine è davvero sottile, ma con il difensore di Pisa il problema neanche si pone. Quante volte durante un contropiede lo abbiamo visto tagliare la strada a un avversario con una spallata in pieno sterno e la palla a 50 metri da lui? Quante volte è finito a terra in una pozza di lacrime reclamando una punizione esemplare per l'avversario? Questo blog sta con Luis Suarez.


David Luiz Moreira Marinho: il discorso alla fine è semplice. Vieni considerato da alcuni il miglior difensore del mondo? E allora mi aspetto che saper difendere rientri tra le tue caratteristiche migliori. Telespalla Luiz invece riceve questa investitura facendo altro, tipo segnare su punizione. Curioso mondo a volte il calcio. Il suo problema alla fine è che è nato difensore, ma con la mentalità da attaccante. Punta alla giocata, all'effetto, al prevalere singolarmente e questo lo porta a perdere di vista alcune priorità del ruolo, tipo tenere la linea. Colpa di sicuro di una personalità spiccata, che ha creato un personaggio che in certe occasioni finisce per fagocitare il giocatore. Più passa il tempo, più gli si danno responsabilità più questa cosa si acuisce. Dite che potrebbe non essere un caso il suo spostamento a mediano? Potrebbe.


Sergio Busquets: andiamo oltre il fatto che ha iniziato a giocare in quanto canterano figlio di canterano in un periodo in cui contava tantissimo il pedigree in casa Barcellona. Passi che è al massimo un buon giocatore di sistema spacciato per regista illuminato. Passi che non ha nessuna qualità realmente sopra la media se non l'intelligenza tattica e l'altezza per i canoni dei pari ruolo spagnoli. Passi che è un simulatore senza vergogna. Passi che non fa assist, non segna mai e non è manco forte di testa pur dando venti centimetri ai compagni. Passi che se non esistesse Xavi farebbe al massimo il pivot nel calcio a cinque. Passi che a un certo punto nella Spagna si è veramente pensato di panchinare Xabi Alonso per farlo giocare. Passi tutto, ma al suo nome sono da ascrivere almeno due crimini contro il calcio: la cessione di Yaya Tourè come fosse un signor nessuno (a prescindere dal prezzo, conta il concetto) e la condanna per Mascherano a fare il difensore centrale per anni. Nel Medioevo c'era il rogo per molto meno, e senza prove.


Antonio Valencia: una volta la 7 del Manchester United era roba seria. Poi Beckham è diventato un modello a tempo pieno, Cristiano Ronaldo è andato a Madrid, Sir Alex per una stagione l'ha data a Valencia e le cose sono andate a farsi benedire (inutile sottolineare che dopo un paio d'anni il manager si sia ritirato dalla panchina, e alle coincidenze non crede nessuno). L'esterno dell'Ecuador non è un giocatore singolarmente negativo, solo è mortalmente prevedibile. Nel caso lo United si stia allenando ora, potrei tranquillamente dirvi cosa sta facendo: è largo sulla destra, corre dritto, conduce col destro e cerca di dribblare a destra. In questi quattro (quattro) concetti c'è tutto il gioco di Valencia. Movimento senza palla poco, sinistro inesistente, senso del gol da terzino difensivo, colpo di testa nullo. Tutto questo malgrado una buona tecnica e fisicità da vendere. Miglioramenti negli anni chiedete? Chiaramente zero, ma se volete davvero divertirvi guardatelo difendere da terzino (intendo se non tifate Red Devils). Talento rubato all'atletica leggera, o alle corse campestri, o all'inseguimento dell'ara ararauna, diffuso in Ecuador.

 
In collaborazione con G.D.C.

5 mar 2015

Mancini e i cambi, un rapporto difficile

Chiunque abbia seguito la seconda Inter di Mancini non può non averlo notato.
Tutti in almeno una partita ci siamo trovati a chiederci "ma i cambi se li è dimenticati?". Una sensazione che rimane praticamente a ogni gara, che trova una conferma chiarissima analizzando i numeri a bocce ferme.
Mancini ha un problema con i cambi?

Prendiamo in analisi le gare del 2015 perchè sono quelle in cui effettivamente Mancini lavora con una rosa più o meno vicina ai suoi desideri.
Il campione risulta quindi di 13 partite con 37 cambi fatti.
Procedendo per fasce di tempo, solo 4 sono avvenuti prima del decimo del secondo tempo, 3 dei quali per infortunio (Ranocchia per Andreolli contro il Torino, Andreolli per Ranocchia contro l'Empoli, Dodô per Nagatomo contro il Palermo). L'unico cambio "rapido" effettuato per scelta tecnica è stato Podolski (appena arrivato) per Kuzmanovic contro la Juventus. Al nono del secondo tempo.
Troviamo poi 5 cambi fatti tra il decimo ed il ventesimo del secondo tempo. Icardi con il Sassuolo, Kovacic con l'Empoli, Shaqiri sia con la Fiorentina che col Torino sono sostituzioni fatte per cercare di cambiare l'inerzia del match, mentre Kuzmanovic per Palacio contro il Genoa per gestione fisica.
Tra il ventesimo e il trentesimo ne troviamo già 8, di cui 1 (Donkor contro il Torino) per infortunio.
I restanti 20 sono tutti oltre il trentesimo, di cui 8 oltre il quarantesimo.
Per quanto riguarda il "genere" Mancini ha fatto entrare 10 volte un difensore, 19 volte un centrocampista (compreso nel conto Shaqiri) e 8 una punta. Tra i primi il più sfruttato è Dodô, tra i secondi Kovacic e sorprendentemente tra gli attaccanti troviamo Puscas.

Considerazioni rapide:
  • Mancini usa i cambi, e quasi sempre ne usa 3. Sulle 13 partite in analisi solo col Celtic a Glasgow e col Napoli in Coppa Italia si è limitato a 2 sostituzioni
  • tende a rimanere coerente col suo piano di partenza e a fidarsi degli uomini che ha scelto, pure troppo
  • difficilmente cerca cambi rapidi per ottenere un'inversione di rotta, rimandando tutto agli ultimi 10-15 minuti
  • praticamente mai si vedono cambi per portare nuova fisicità in mezzo al campo, piuttosto si sostituiscono punte e terzini
  • a partita finita può entrare sostanzialmente chiunque
  • gli uomini scelti in partenza tendono ad essere duttili. Mancini infatti è sempre pronto a cambiare modulo, ma spostando i suoi titolari più che con le sostituzioni
  • volendo fare due considerazioni sulla rosa, è evidente che all'Inter manca varietà in attacco e una riserva nel ruolo di mediano difensivo