28 nov 2011

Edu Vargas

Da quando ha conosciuto il tocco del Loco Bielsa il calcio cileno è entrato in una considerevole parabola ascendente non solo a livello di nazionale, ma anche come club.
L'ultimo esempio è l'Universidad de Chile protagonista assoluta della Copa Sudamericana in corso. E nella U non si può fare a meno di notare il numero 17 Eduardo Vargas.

Punta classe '89, destro, il mondo si è improvvisamente accordo di lui grazie ai 7 gol (fin'ora) che lo incoronano capocannoniere della Copa.
La U de Chile che deve ancora affrontare la semifinale di ritorno col Vasco ha letteralmente demolito chiunque sul suo cammino, eliminando Nacional di Montevideo, Flamengo e Arsenal di Sarandì segnando 13 gol e subendone solo 1. Sorpresa della competizione di sicuro, ma soprattutto squadra costruita bene con diversi giocatori interessanti e allenata anche meglio. Il migliore fino a questo momento è stato appunto Edu Vargas.
Chi si immagina la solita storia da giovane fuoriclasse sudamericano si sbaglia di grosso.
Il ragazzo è partito dal basso perchè pur avendo talento non poteva allenarsi nelle inferiores dei grandi club per problemi di distanza dal suo paese d'origine. Ha così percorso caparbiamente la strada di servizio per il grande calcio. Nel 2005 partecipa a un reality show targato Adidas insieme a quel Seymour oggi al Genoa e l'anno successivo a un torneo amatoriale con la sua squadra. Chiude come capocannoniere e viene notato da un osservatore del Cobreloa, squadra di nascita di Alexis Sanchez. Da qui comincia finalmente la sua vera carriera, che lo porta nel Gennaio 2010 alla U de Chile e alla nazionale del Bichi Borghi.

La sua squadra gioca un calcio che ne esalta al massimo le caratteristiche. Alto 1.75, molto veloce, bravo tecnicamente e con una grandissima abilità di giocare negli spazi, sia come movimenti che nel giocare la palla, è principalmente una punta esterna che gioca sulla destra. Da quella posizione può puntare frontalmente la porta, tagliare alle spalle dei difensori e giocare degli uno-due stretti in cui è assolutamente letale grazie a tecnica, visione di gioco, capacità di sponda e velocità. Resta in ogni caso un attaccante e non un'ala per attitudini. In area vede bene la porta, ma sa anche distribuire assist. Per il gioco della U ha imparato a muoversi molto sulla fascia, rientrando anche fino alla metà campo in fase difensiva e scattando rapidamente in avanti quando ha spazio.
In nazionale agisce da seconda punta pura, spesso al posto del Niño Maravilla.

Oggi la sua quotazione è al massimo per la pubblicità derivata dalla Copa, ma di certo Edu è un talento, una punta esterna abbastanza completa. Negli spazi è sicuramente letale e sarebbe un giocatore perfetto per la Spagna o per squadre votate al contropiede come Napoli o Udinese. Per formazioni costrette a affrontare squadre chiuse e spazi intasati è da valutare la sua abilità a confrontarsi con queste situazioni. Una certa capacità di difendere la palla anche spalle alla porta, la velocità, la tecnica e la capacità negli scambi stretti sono di sicuro promettenti.

20 nov 2011

Un problema in più

Parafrasando un vecchio detto, non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.
L'Inter ha un problema, è ora di dirlo. Ed è un problema con un nome e un cognome.

Wesley Sneijder da Utrecht.
Si fa presto a dire che è l'ultimo campione rimasto in rosa dopo la cessione di Eto'o e il progressivo spegnimento dei senatori e che la squadra andrebbe costruita su di lui. Nei fatti è dal 22 Maggio 2010 che è assente, se non per qualche rapida apparizione in qualche partita, tra scarsa voglia di giocare, nervosismo, capricci da superstar, soprattutto infortuni e condizione da rivedere.
Difficile presentarsi come leader in queste condizioni, inutile e anzi stucchevole parlare di continuo tramite twitter e giornali olandesi. Un certo status sul campo Sneijder lo sta perdendo a furia di partite a mezzo servizio causate da poca voglia di giocare in questa squadra e dall'umoralità che lo ha sempre distinto e probabilmente gli impedisce di essere un campione anche nella continuità.
Tutt'altro discorso nella sua nazionale, dove si presenta spesso e volentieri tirato a lucido, da tutto per tutta la partita e gonfia il petto per i risultati e il primo posto nella classifica per nazioni. Li ha evidentemente voglia di giocare, malgrado sulla carta i nomi non siano certo più stellari che nell'Inter, li passa sopra a problemi fisici e gioca tutta la partita. Poi sta a Ranieri centellinarlo quando è presente per evitare ricadute dopo che si infortuna appena torna.
Perchè in aggiunta a tutto il resto Sneijder è sempre stato fragile e vagamente allergico ad allenarsi e vivere da professionista.

Più che cercare di comandare una squadra in una situazione difficile sembra che si sia arreso in partenza dicendo "tanto io qua non ho niente da fare". Come se invece nell'Olanda avesse delle possibilità concrete di vincere qualcosa...
Un circolo vizioso veramente di pessimo gusto.
E' il caso di essere onesti tra tutti e di rendersi conto quando un rapporto è finito.
Buoni Europei Wesley.

16 nov 2011

Top Argentina - Talenti sprecati

Il calcio del Sud America è da sempre sinonimo di tecnica, grandi giocate e gol spettacolari. Un calcio predicato sul talento individuale che spesso però risulta bloccato nel suo sviluppo da motivazioni ambientali, caratteri particolari o semplice pigrizia.
Questa è una carrellata di talenti che si sono fermati qualche gradino sotto a quello che poteva essere il loro vero potenziale, soprattutto nella loro esperienza nel vecchio continente.


7. Pablo Aimar: el Payaso è stato un idolo del Monumental con 4 titoli vinti e un protagonista del Valencia dei primi anni 2000. Il più grosso limite al talento di questo fantasista tutto tecnica e dribbling è stato il fisico continuamente tormentato da problemi di ogni genere. A 32 anni si fa ancora rispettare al Benfica.

6. Gaston "la Gata" Fernandez: classica seconda punta con una carriera da eterno sottovalutato. Tra occasioni perse (una su tutti, il River Plate dov'è nato) e un'indolenza naturale che lo porta a fare sempre qualcosa di meno di quello che il suo grande talento gli permetterebbe è sempre rimasto tra Argentina e Messico, trovando casa a La Plata dove ha vinto tutto all'ombra di Juan Sebastian Veron. Non ha mai trovato continuità e soprattutto non si è mai messo in gioco in Europa.

5. Ever Banega: il più giovane della classifica e quindi l'unico che può ancora riscattarsi si trova in mezzo alla discussione perchè ha esordito giovanissimo nel Boca e nell'Argentina Olimpica e Under 20 promettendo tantissimo. Centrocampista assolutamente completo, con cattiveria agonistica, capacità di recuperare palloni e soprattutto tecnica sopraffina e visione di gioco panoramica ha pagato tanto il passaggio in Europa al Valencia, per motivi caratteriali. Ma le etichette si mettono in fretta e poi toglierle è dura. Il calcio spagnolo non lo sta aiutando a migliorare tatticamente, anzi lo spinge in posizioni sempre più avanzate con sempre meno compiti tattici. Ne guadagna il talento libero, ma a che prezzo? Giocatore da salvare.

4. Andres D'Alessandro: il "nuovo Maradona" per eccellenza dei primi anni 2000, mancino da sogno che ha regalato titoli al River in coppia con el Torito Cavenaghi. Dopo gli esordi da stella un discusso e discutibile passaggio in Europa dalla porta di servizio del Wolfsburg (nel 2003 non esattamente tra i top team del continente), con annesso fallimento in Germania e nelle squadre successive, fino alla rinascita in Brasile all'Internacional di Porto Alegre, dove soprattutto vince Copa Sudamericana, Libertadores e Pallone d'Oro Sudamericano. Limiti di personalità e fisici ne hanno segnato la carriera. Il giudizio è ormai di un giocatore inadatto a essere leader e limitato al suo continente d'origine.

3. Ariel Ortega: giocatore dal talento straordinario, specie per chi l'ha visto giocare nel River fino alla Libertadores 1996. Un talento tale da permettergli di giocare ai massimi livelli in Argentina anche a 37 anni, pur con un fisico minuto e innumerevoli problemi comportamentali, soprattutto legati a una brutta dipendenza dall'alcol. Ha girato Spagna, Italia e Turchia, ma ha acceso la lampadina del suo genio solo a sprazzi. Per quanto abbaglianti, veramente troppo poco per il dono che ha.

2. Javier Saviola: il principe dei talenti sprecati, un altro pibe dalle inferiores del River. Esordisce a

16 anni nella squadra di Nunez, a 18 è capocannoniere e miglior giocatore d'Argentina e del Sud America. Poi arriva il Mondiale Under 20 con 11 gol in 7 partite e il passaggio a 20 anni al Barcellona, con 17 gol nella sua prima Liga. Un inizio di carriera che definire folgorante è poco per el Conejo, e infatti da qui è solo discesa. Arriva in Catalogna in un delicato periodo di ricostruzione e finisce macinato, con la gravissima colpa personale di non riuscire mai a mettersi davvero in gioco, accettando troppe panchine o squadre minori per pochi mesi, dimostrando personalità e ambizione inversamente proporzionali al talento. Ritrova una squadra dove giocare titolare con continuità al Benfica alla soglia dei 30 anni, col nostro numero 7 Aimar. 1. Juan Roman Riquelme: possiamo parlare di talento sprecato solo in proporzione alle immense aspettative attorno a un simile giocatore, che rimarrà per sempre unico nel panorama calcistico mondiale. La sua carriera è totalmente spaccata in due tra Europa e Argentina, con una distanza in mezzo ben rappresentabile dall'Oceano Atlantico. Idolo totale e oltre dei tifosi xeneizes per le pagine di storia scritte con la camiseta de Boca, figura di media grandezza in Europa legato alla piccola realtà di Villarreal, squadra sostanzialmente sconosciuta prima del suo avvento, che ha portato il sottomarino giallo alle semifinali di Coppa Uefa e di Champions League. Il principale responsabile della sua scarsa fama in Europa è il suo primo allenatore Louis Van Gaal, che lo impiegava poco e malissimo nel suo Barcellona, e come dicevamo prima le etichette sono dure da togliere. Per fortuna che il palmares col Boca racconta di 3 Libertadores, 1 Intercontinentale e 4 campionati (per ora), conditi da un'infinità di gol, assist e giocate che pochissimi possono anche solo pensare. El Mudo è di sicuro un tipo scontroso e difficile, ma in quanto a qualità di natura è in un'elite di grandi campioni.

(ha collaborato G.B.)

30 ott 2011

Viaggio alla scoperta dell'acqua calda

Una serie di considerazioni si impongono come obbligatorie:

- gli attacchi fanno vendere i biglietti, le difese vincono i campionati. O semplicemente salvano le squadre
- senza difesa e senza attacco perdi, e probabilmente retrocedi
- nello sport è fondamentale avere atleti affidabili sia fisicamente che a livelli di prestazioni, perchè le vittorie nascono dalla continuità di rendimento
- un buon allenatore è quello che prima di tutto non fa danni
- è meglio un allenatore fortunato che un allenatore bravo
- la concentrazione e l'attenzione ai dettagli sono la differenza tra una vittoria di misura e una sconfitta di misura
- concentrazione e attenzione ai dettagli vengono progressivamente meno quando ci si sente arrivati in assenza di particolari stimoli esterni
- la fortuna premia gli audaci, e chi lotta davvero per un risultato
- è più difficile remare nelle avversità che viaggiare sulle ali dell'entusiamo. Tradotto è più facile per l'Udinese rimanere in zona Champions che per l'Inter lottare per la salvezza
- cambiare una prospettiva sbagliata è un percorso lungo, introspettivo e doloroso in quanto autocritico. Per questo Moratti non tocca l'Inter da due anni ormai
- a tutti i livelli serve coraggio a fare certe scelte. Ma certe scelte vanno fatte e serve personalità
- con l'attaccamento sentimentale non si va da nessuna parte nello sport professionistico
- il calcio è uno sport di squadra giocato da atleti. Si deve essere prima atleti e poi calciatori
- costruire una mentalità vincente è un processo molto più lungo di demolirla
- un grosso problema è un piccolo problema che non è stato affrontato/risolto in tempo
- se nel corso di una stagione una squadra dimostra di avere un problema quel problema va affrontato e risolto, anche sul mercato. Ignorarlo e aggiungerne altri porta a risultati disastrosi
- vincere è un'abitudine
- sfortunatamente, lo è anche perdere

26 ott 2011

Top Argentina - Nani da giardino

Quante volte si è sentito parlare della tipica mezza punta argentina dotata di tecnica incredibile e fisico minuto? Un giocatore guizzante, rapido, in grado di raggiungere picchi di genialità impensabili e di saltare l'avversario con disarmante facilità, un concentrato di tecnica pura, assist e gol in poco meno di centosettanta centimetri. Ecco, oggi lasceremo da parte questi giganti per stilare la nostra personalissima classifica degli argentini più piccoli e talentuosi in circolazione.


5. Daniel Villalva (155cm): giocatore ancora tutto da scoprire, il Keko, dopo un esordio folgorante in prima squadra, ha subito un pesante infortunio muscolare che lo ha relegato ai margini della rosa del River Plate, rallentando considerevolmente la sua crescita ed affermazione. Riuscirà a ritagliarsi il giusto spazio nei nuovi Millonarios di Almeyda?

4. Pablo Piatti (163cm): riserva di lusso nell'Argentina U-20 che vinse il Mondiale in Canada nel 2007, il ventiduenne scuola Estudiantes ha trovato la sua dimensione ideale in Andalusia, dove è riuscito ad imporsi tra le fila dell'Almeria. Rapidità, sacrificio e visione del gioco verticale non sono sfuggite al Valencia, che in estate lo ha acquistato per oltre sette milioni di euro.

3. Diego Buonanotte (161cm): El Enano, talento strepitoso e sinistro fatato, è cresciuto nelle Inferiores del River Plate, esordendo giovanissimo in prima squadra e guidando la Banda di Diego Simeone alla vittoria del Clausura 2008. La sua straordinaria ascesa è stata interrotta dal terribile incidente automobilistico a fine 2009 in cui ha riportato diverse fratture e soprattutto perso tre amici. Da quel momento non si è più visto il vero Buonanotte; la speranza è che il trasferimento al Malaga possa aiutarlo a lasciarsi definitivamente il passato alle spalle.

2. Alejandro Gomez (164cm): tanto piccolo, quanto sottovalutato. Il Papu ha avuto fin da subito un soprendente impatto sul calcio italiano, mettendo in mostra un repertorio di prima classe, fatto di dribbling, gol, assist, corsa e soprattutto tanta intelligenza. Impiegato finora in qualsiasi posizione, anche Gomez ha fatto parte della Seleccion U-20 vincitrice del mondiale di categoria canadese.

1. Maxi Moralez (160 cm): quando giochi un Mondiale U-20 con Aguero, Zarate, Di Maria, Banega, Pato, Cavani, Suarez, Viudez (scusate, non abbiamo resistito), Sanchez, Mata e sei il migliore di tutti, c'è poco altro da aggiungere. Stella indiscussa del Velez di Gareca che ha sfiorato la Libertadores pochi mesi fa, ha impiegato poco tempo per farsi conoscere anche nel campionato italiano, dove a nostro avviso è arrivato con colpevole ritardo.



In collaborazione con G.D.C.

24 ott 2011

Lucas Ocampos

E' uno dei giovani talenti del momento, accostato ad alcuni tra i più importanti club europei e già paragonato ad una delle stelle più brillanti del calcio mondiale: Cristiano Ronaldo. Dopo un'estate passata in Messico a trascinare una delle Seleccion argentine U-17 più deludenti degli ultimi anni, Lucas Ocampos ha fatto ritorno a Nunez per allenarsi in pianta stabile con la prima squadra guidata da Matias Almeyda. Le brillanti prestazioni negli incontri amichevoli che hanno accompagnato il River Plate ai nastri di partenza della B Nacional sono state il trampolino di lancio verso un posto da titolare conquistato e mai più abbandonato dal ragazzo di Quilmes. Pupillo intoccabile del Pelado, Ocampos ha impiegato poche partite per conquistare un posto speciale anche nel cuore infranto dei tifosi della Banda, alla disperata di ricerca di nuove gioie e speranze.

Dopo quattro reti in undici partite il nome di Ocampos ha iniziato a varcare i confini del Sudamerica, circolando con insistenza oltreoceano: Chelsea, Inter, Bayern Monaco, Liverpool, Manchester United le principali pretendenti. Tra un sondaggio e l'altro, la valutazione del nuovo Cristiano Ronaldo pare sia attorno ai quindici milioni di euro. Dov'è la verità? Lontana dalle cifre, dagli interessamenti, dalle offerte e soprattutto dai paragoni letti in questi giorni.

Lucas Ocampos, classe '94 acquistato tre anni fa dal Quilmes, fa parte di una delle annate più floride delle Inferiores del River Plate, dove assieme a Federico Andrada e Lucas Pugh ha dato vita ad un tridente dalla straordinaria efficacia e prolificità. Fisico possente e tecnica fuori dal comune hanno permesso a "Luquitas" di occupare qualsiasi ruolo nei reparto offensivi delle giovanili del River Plate e della Nazionale argentina, ma è soltanto con l'approdo in prima squadra che inizia ad ottenere risultati eccellenti come esterno sinistro di centrocampo. Colpi da fuoriclasse, dribbling, cross, inserimenti, intensità ed agonismo, ma a sorprendere è soprattutto l'inimmaginabile crescita a livello tattico: merito di Almeyda o della mentalità del ragazzo? Destro naturale, non ha dimenticato il passato da punta, confermandosi pericolosissimo in zona gol, sia sulle palle alte che sfruttando le sue percussioni palla al piede. La giovane età lo porta ancora a commettere qualche errore o leggerezza di troppo, così come la tendenza a prediligere più la giocata spettacolare che quella utile alle volte ritorna a galla. La lettura del gioco è da affinare, ma nel giudizio non si deve dimenticare che ci si trova di fronte ad un ragazzo di diciassette anni catapultato in una realtà dove la pressione è all'ordine del giorno.

Fatte le dovute proporzioni, dov'è la differenza con Cristiano Ronaldo? Ocampos è un giocatore che ha tutto per potersi imporre -fra qualche anno- in Europa, ma la velocità del portoghese, la sua micidiale rapidità ed il cambio di passo sono attualmente fuori portata per un ragazzo che inevitabilmente gioca e pensa al ritmo del campionato albiceleste, in una posizione e con uno stile che ancora meno ricordano il giocatore del Real Madrid. Perchè a distanza di anni dalle ondate di nuovi Maradona e dopo essersi lasciati alle spalle un campionario imbarazzante di fallimenti e talenti bruciati si è ancora alla ricerca di qualche scomodo quanto infondato paragone? Mai come in questo caso si è davanti ad un'esagerata forzatura messa in piedi per regalare titoli facili ed altisonanti.

I media? No, o meglio, non solo loro. L'esplosione mediatica del talento del River Plate, giustificata soltanto in parte dalle ottime prestazioni sul terreno di gioco, è da ricercare un po' più a valle, addentrandosi in una giungla di voci, notizie ed indiscrezioni di cui è difficile riuscire a definire un quadro preciso e perfettamente attendibile. Passarella è veramente intenzionato a privarsi del suo talento più luminoso dopo le partenze di Pereyra ed Erik Lamela? A quanto pare sì, poichè nel disperato tentativo di risanare un club lasciato in una situazione drammatica dal duo Aguilar & Israel, il Kaiser e i suoi fidi collaboratori sembra abbiano incontrato qualche difficoltà al momento di effettuare una corretta previsione di bilancio: in particolare alla voce entrate riguardante i diritti televisivi. In attesa di avere notizie ufficiali a riguardo, Passarella si è dunque trovato costretto a preparare una bozza di piano B, ovvero la cessione di un pezzo pregiato della rosa. Inutile dire che tutti gli indizi hanno portato in una sola ed unica direzione: Lucas Ocampos, l'unico giocatore con un certo appeal e valore a livello europeo.

Quindici milioni? No, ma per farsi un'idea a riguardo è necessario fare due nomi: Pini Zahavi e Bernard Krausz. Il primo è un agente molto vicino ad Abramovich e al Chelsea, il secondo ha spesso lavorato a stretto contatto con il River Plate e la Serie A italiana. E' a loro che Passarella si è affidato per iniziare a far girare il nome di Ocampos, per sondare il valore del ragazzo sul mercato e per accrescerlo ulteriormente. Coincidenze che fra le presunte interessate ci siano proprio Chelsea ed Inter? Il ragazzo sicuramente avrà già attirato su di sè le attenzioni di questi club, ma offerte di quindici milioni o aste sono pura invenzione e voci messe in circolazione ad arte.

Ad infittire ulteriormente la vicenda Ocampos ci ha infine pensato il Quilmes, la sua ex-squadra. Il ragazzo non è interamente di proprietà del River Plate ed i dirigenti del Cervecero sostengono di possedere l'85% del cartellino, mentre alla Banda rimarrebbe soltanto un 15% con l'opzione di riscattare la parte del Quilmes entro fine anno. Altre voci parlano di una divisione 50-50 fra i due club, altre ancora riportano della presenza di un gruppo di imprenditori che gestisce una percentuale del cartellino di Ocampos.

Per ora Passarella si è limitato a sostenere che il River non si priverà di nessun giocatore fino a quando non raggiungerà la tanto agognata promozione, una smentita non troppo convinta che ha lenito solo in parte lo sconforto dei tifosi Millonarios. La nostra speranza è che Ocampos possa rimanere ancora qualche anno in Argentina, riportando il River nel calcio che conta e regalando alla straordinaria hinchada della Banda le gioie che merita.

16 ott 2011

Uno per tutti, tutto per uno.

Tra lo sport sulla carta e quello giocato nel mondo reale passa di sicuro una grande differenza.
La componente mentale.
Spesso sottovalutata o meglio non considerata rappresenta un confine sottile ed invisibile tra quello che si può e non si può fare su un campo da gioco in determinate situazioni.
Ovvio che parliamo di una componente complessa e variegata, difficile da definire ed indagare, ma riassumibile con un singolo concetto: leadership.
In campo serve qualcuno che sappia dare la scossa, tenere le redini del gruppo, fare quel centimetro in più per conquistare qualcosa, essere in prima persona l'esempio e indicare la via da percorrere.

Nell'Inter di oggi, al di la dei problemi tecnici e fisici, si può facilmente constatare una totale assenza di leadership.
Quelli che sulla carta hanno i gradi per prendere il comando sono tutti assenti. Ingiustificati.
Sneijder è infortunato, ma da sempre troppo umorale, quasi capriccioso. Thiago Motta è il giocatore più carismatico dell'infermeria. Stankovic, Cambiasso e Zanetti più che altro rincorrono i fantasmi di ciò che sono stati e per quanto l'abnegazione sia lodevole i limiti fisici iniziano a essere troppo evidenti. Samuel non è ancora lui. Lucio per eccesso di slancio tenta di strafare con risultati dannosi.
Dei nuovi arrivati solo Forlan ha un simile spessore e oltre a essere seriamente infortunato sta pagando difficoltà di ambientamento.

Ma soprattutto Samuel Eto'o ormai è in Russia.
E' questa la più grossa differenza tra l'Inter di oggi e quella di un anno fa. Un semplice numero 9 venuto da N'kon.
Da solo per una stagione intera è stato l'attacco dell'Inter (37 gol in stagione, il secondo miglior marcatore a distanze siderali specie senza considerare Pazzini arrivato solo a Gennaio), come lecito aspettarsi, ma anche il centrocampo. Tante, troppe volte il gioco della squadra è stato palla a Eto'o e vediamo che succede, per la capacità del camerunense di prendere palla, saltare l'uomo, correre, segnare, dispensare assist. Da solo rendeva un insieme di giocatori qualcosa di simile a una squadra.
Certo, da solo non bastava a conquistare grandi traguardi. Ma avanzava per mascherare tutti i limiti di una squadra al limite, spremuta fisicamente e mentalmente.

Oggi la sua assenza diventa drammaticamete evidente quando nessuno sa cosa fare con il pallone tra i piedi, nessuno rincorre l'avversario, nessuno aiuta il compagno.
Magari lui un gol se lo sarebbe inventato, avrebbe rincorso l'avversario come un terzino, avrebbe provato a stimolare i compagni (qualcuno si ricorda in Inter-Chelsea quando chiese a gesti di disporsi meglio su una rimessa laterale?).
Lui era l'uno per tutti, il go to guy direbbero dall'altra parte dell'oceano, quello per cui le resposabilità non sono mai state un peso.

Purtroppo un assegno da svariati milioni di euro non fa lo stesso effetto.
Oggi chi rimane?